RIFUGIATI, TESTIMONI DELLA BELLEZZA

20-04-2016
Ieri a Roma la presentazione del Rapporto Annuale 2016 del Centro Astalli, il dossier che fotografa la condizione dei rifugiati in Italia. E dice molto sullo stato di salute dell’Europa
Autore: 
Silvia Lanzano
La presentazione del Rapporto Annuale 2016 del Centro Astalli

Un momento istituzionale. La presentazione del Rapporto Annuale 2016 del Centro Astalli - il dossier che descrive i  numeri  e le sequenze del cammino compiuto dai rifugiati in Italia durante l’anno - è diventato un’occasione per fare il punto sullo stato di salute non solo del nostro Paese, ma dell’Europa intera.

L’interesse suscitato dal lavoro svolto con determinazione e coraggio dal Centro Astalli e dai suoi 554 volontari – “accompagnare, servire e difendere i diritti dei migranti forzati” - ha fatto sì che l’appuntamento annuale proposto dal Servizio dei Gesuiti in Italia sia sempre più un vero e proprio summit - gli “stati generali” del mondo no profit - dove si incontrano e confrontano le proprie esperienze tutti coloro che operano al servizio delle donne e degli uomini definiti da papa Francesco - nel suo videomessaggio di saluto per i 35 anni del JRS Italia - “testimoni della bellezza dell’incontro”.

I rifugiati, appunto. “Ognuno di voi ha il volto di Dio”, ha chiarito senza troppi giri di parole il Santo Padre, alla faccia degli accordi e degli scambi “uno a uno” che la vergognosa Ue ha pattuito con il governo di Ankara. “Trattati come un peso, un problema, un costo, siete invece un dono. Ognuno di voi può essere un ponte che unisce popoli lontani”. E ancora, “i rifugiati conoscono le vie che portano alla pace perché conoscono l’odore acre della guerra”.

Il lavoro del Centro Astalli è tanto più meritevole, perché capace – come ha sottolineato Marino Sinibaldi, direttore di Radio 3 e “padrone di casa” al Teatro Argentina che ha ospitato l’incontro – di “dare voce all’esperienza concreta”, laddove “il dibattito pubblico è largamente occupato da opinioni”.

Tutto si è sentito durante la mattinata fuorché il blaterio senza sostanza cui ci hanno abituato i media nostrani. Dalla testimonianza di Céline, madre e rifugiata, originaria della Repubblica Democratica del Congo e da 15 anni in Italia, all’intervento del Presidente del Senato Pietro Grasso, che ha indicato chiaramente le direttrici da seguire per evitare di dover piangere – rigorosamente il giorno dopo – le vittime innocenti della nostra sciagurata ignavia.

“Serve un confronto serrato con le istituzioni europee” – ha chiarito Grasso - per far fronte alla “mancanza di una politica di asilo condivisa” e giungere alla definizione di una “nuova politica europea di immigrazione legale”, che preveda la “possibilità di richiedere asilo già dall’estero”, e la creazione di corridoi umanitari.

L’intervento successivo di Padre Camillo Ripamonti sj, presidente dell’Associazione Centro Astalli, è stato un focus densissimo sulla condizione dei rifugiati in Italia e sulle sfide sempre nuove dell’accoglienza, corredato da numeri e analisi statistiche puntuali. E illuminato da quella intelligenza accorta, attenta a non confondere mai un viso con un numero, che è da sempre la cifra distintiva del metodo di lavoro del JRS.

L’ultimo contributo della mattinata è stato quello di Romano Prodi, dal 2008 a capo del gruppo di lavoro Onu - Unione Africana sulle missioni di peacekeeping in Africa. Una vera lezione di politica internazionale, dove l’andamento ragionativo, analitico del discorso era posto interamente al servizio della visione, della passione civile che animava tutti. Stanchi di dover fare la conta dei morti, di essere travolti – impotenti - dal dolore e dalle lacrime di persone, di famiglie, che domani potremmo essere noi.

Una delle prime considerazioni del presidente Prodi ha riguardato “la diversità impressionante tra la demografia europea e quella africana”, pur con il distinguo tra le differenti tendenze attestate nell’Africa mediterranea e in quella subsahariana, dove il dinamismo demografico è più spinto. In paesi come “il Mali, il Niger e il Ciad l’età mediana della popolazione è un po’ meno di 18 anni”, mentre nella senescente Italia “l’età mediana è di 46 anni”: un valore che, con poche variazioni, interessa anche paesi come la Germania e la Spagna. Un “vero disastro demografico”, è il commento di Prodi. E se le stime prevedono che, al netto del contributo dato dalle famiglie dei migranti, “entro la metà del secolo un paese come la Germania perderebbe 12 – 15 milioni di abitanti e l’Italia, con i suoi 1,29 – 1,30 bambini per donna, “perderebbe più della popolazione del Lazio”, bisogna essere proprio fessi – o in cattiva fede – per sostenere che la soluzione a ogni nostro male passi attraverso la costruzione di frontiere.

Il fenomeno migratorio verso i paesi europei è quasi inevitabile, se si considera che, oltre alla fortissima pressione demografica, l’Africa è oggi – come ha evidenziato Prodi - un paese dove la maggior parte della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e in un contesto “del tutto destrutturato”, dove “non ci sono strade, non ci sono elementi di comunicazione, le infrastrutture non esistono”, con la conseguenza che il paese “non ha alcun senso di unità”.

Il vero problema sottolineato dal presidente è “la mancanza di una politica europea nei confronti dell’Africa”. Con alcuni paesi del Nord Europa risolutissimi a fare da stopper nei confronti di ogni iniziativa che si muova nella direzione contraria, come la creazione di una “Banca del Mediterraneo” o di “università miste, con sedi in città europee e africane”.

Cosa significa allora una politica europea? L’ex presidente della Commissione Europea non usa giri di parole: “Ricominciare ad avere rapporti attivi, soprattutto per le nuove generazioni”. E ancora, mettere a punto “un piano di sviluppo per l’Africa”, di entità “sette otto volte superiore al Piano Juncker”. Non fatto di aiuti, ma “di infrastrutture e di investimenti: ferrovie, strade, aeroporti, acqua, telecomunicazioni, la rete dei sistemi scolastici e sanitari”. Zero assistenzialismo, solo una politica efficace “per rianimare e riorganizzare l’economia di questi paesi”.

L’inerzia europea nel frattempo ha un prezzo – elevatissimo - e i paventati scenari futuri sono già diventati ieri. “Ad Addis Abeba il palazzo dell’Unione Africana è un dono della repubblica popolare cinese”, ha ricordato il presidente Prodi, aggiungendo che “la Cina sostiene in Africa investimenti in tre campi”. Quelli che le servono: “cibo, materie prime, energia”, non dimenticando però “di compiere un’analisi politica complessiva”.

E in Europa? Incapaci di politiche di lungo respiro, finiamo per accapigliarci – strangolandoci con le nostre mani – sui “drammi del breve periodo, come quello dell’immigrazione, che ci ha tanto spaventato”, ha chiarito Prodi.

La verità è che dietro ai muri - onirici o simulati – ai battibecchi sul resettlement, agli isterismi sulle identità a rischio di estinzione, si cela - come ha condensato il presidente in poche fulminee parole – solo “una demagogia senza ragionamento”.

Una rinuncia a decidere che potremmo finire presto per pagare tutti. Senza possibilità di distinguo tra sommersi e salvati. Perché i barconi che affondano sono solo l’ultimo fotogramma di una lunga sequenza che ci vede tutti coinvolti: oggi ancora da registi, pavidi e imbolsiti. Domani magari da primi attori.

E quindi grazie – ancora una volta - al Centro Astalli per il suo lavoro continuo e scrupoloso, anche nella creazione di una cultura della responsabilità. E perché ci insegna – con le parole del Papa – che “se si cammina insieme la strada fa meno paura”.

 

 

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