L'ESSENZIALE E' INVISIBILE AGLI OCCHI

05-04-2019
“29 anni, laureata, che ci fai qua?” già da questa prima domanda rivoltami con serenità e schiettezza ai colloqui di selezione per il corso di pizzeria, ho capito che la Fondazione Il Faro... inizia così il racconto di Olimpia che ha appena concluso un corso di formazione al Faro.
Autore: 
Olimpia Ferrara
Gli allievi del corso di pizzeria

“29 anni, laureata, che ci fai qua?” già da questa prima domanda rivoltami con serenità e schiettezza ai colloqui di selezione per il corso di pizzeria, ho capito che la Fondazione Il Faro era qualcosa di speciale. La persona che avevo davanti voleva sapere apertamente e sinceramente perché stavo intraprendendo un percorso così tanto differente rispetto a tutto quello che avevo fatto negli ultimi dieci anni.

Ho capito subito che, le ragioni reali di una scelta così radicale, sarebbero state comprese e ben custodite.

“Vorrei imparare un mestiere manuale che mi dia più stabilità di quella che ho in questo momento. Faccio l’attrice, la trampoliera, l’animatrice, la baby-sitter, insegno teatro e tante altre cose che è inutile elencare. Eppure, ogni inizio mese, ho la preoccupazione di come farò ad arrivare alla fine” risposi.

Poco tempo dopo ero in una classe di 15 elementi di cui ero l’unica donna e l’unica che mai aveva lavorato nella ristorazione. Il primo giorno è stato deprimente perché mi sentivo un pesce fuor d’acqua e pensavo di dover azzerare tutto quello che avevo fatto fino a quel momento e ricominciare da capo.

Poi, quando il Dottor Biagiotti ci ha chiesto di scrivere una dote che veniva dalle nostre esperienze pregresse che poteva aiutarci ad intraprendere il nuovo percorso che avevamo scelto, ho capito: non si trattava di ripiantare un nuovo albero, bensì di fare un innesto.

Così, ho notato presto che alcuni elementi del teatro mi erano molto utili in pizzeria: riuscivo ad agire su più fronti contemporaneamente, sotto pressione rispondevo bene e non andavo nel panico, “rubavo” con gli occhi e imparavo per imitazione. Ben canalizzata, mi è servita anche la creatività.

È stato così anche per i miei compagni: c’era chi stava attento all’estetica della pizza che preparava, all’ordine e all’organizzazione di tutte le cose da fare, chi lavorava a contatto con il pubblico e nelle simulazioni era quello che sapeva vendere meglio la sua pizza, chi ripuliva il banco in tempi record, pronto per un nuovo impasto, chi già lavorava in pizzeria e pensava di essere arrivato e invece ha capito che era appena partito. Infine chi veniva sempre in anticipo ed era già in pizzeria pronto per una nuova giornata.

Ben presto siamo diventati come una squadra di calcio, ognuno con il proprio il ruolo ma tutti giocavamo per raggiungere una vittoria comune.

Ma la cosa che non dimenticherò mai è l’estrema generosità del Prof. Mikel. Non si è risparmiato mai, non è stato geloso delle sue ricette, dei suoi segreti e ce li ha donati con gentilezza, umiltà ed estrema pazienza. Ci ha fatto un regalo inestimabile. Proprio come fa l’attore che, dopo lo spettacolo, si sente svuotato perché ha dato tutto al suo pubblico.

Era molto tempo che la conoscenza non mi veniva fornita in questo modo. Sono sempre stata abituata a maestri gelosi dei loro segreti. Ero,infatti, pronta a rubare con gli occhi, ad assorbire tutto quello che potevo. Non ce n’è stato bisogno perché ho potuto apprendere nel modo più sereno e calmo possibile.

Tutto il team del Faro ci ha fatto sentire come fossimo un’unica grande famiglia e non è poco per chi la famiglia ce l’ha lontana.

La fondazione Il Faro mi ha fatto comprendere a pieno una frase che disse la volpe al Piccolo Principe: “Non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi” .

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